L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI: LA LEZIONE DI OLMI PER I NOSTRI RAGAZZI

Hanno fatto molto bene il Comune di Martinengo e i paesi circostanti ad avviare un ciclo di celebrazioni per i quarant’anni del capolavoro di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli”.

E non è certo un istinto concorrenziale quello che porta a chiedermi perché Treviglio si dimentichi tanto facilmente di occasioni culturalmente così rilevanti abdicando di fatto a quel ruolo di punto di riferimento rispetto ad un ampio territorio di cui è geograficamente ed economicamente il capoluogo.

Via Felice Cavallotti, Treviglio.

Treviglio può e deve dunque fare qualcosa di importante per ricordare un’opera che ha le sue radici profonde in quella trevigliesità di cui giustamente va fiero ma talvolta ci si dimentica. Proviamoci, una volta tanto in modo davvero bipartisan, senza polemiche, perché certi valori sottostanti quel film non sono diversi nella loro radice dalla sensibilità per il proprio territorio del migliore leghismo, e il sindaco Imeri ci può capire, oltre che della sinistra sociale più autentica.

Ognuno la può pensare come vuole, e la critica cinematografica ne ha infatti parlato a lungo, ma è importante trovare nel film quello che è il vero baricentro, il denominatore comune, che a me sembra non sia un luogo fisico (come appunto il “Filandone” di Martinengo), ma la cultura contadina e il dialetto, la lingua nella quale non a caso il regista ha deciso di girare la versione originale della sua opera.

E il dialetto è indubbiamente quello trevigliese, con la caratteristica cadenza di tutti i suoi personaggi chiave, alcuni dei quali presi dalla vita reale della Treviglio di 40 anni fa.

Per questo facciamo ancora in tempo a portare al centro di queste celebrazioni la nostra città, come sarebbe giusto, anche perché Olmi ha trascorso qui gli anni giovanili, qui ha deciso di sposarsi e qui ha deciso di girare alcune scene del film.

Nell’epoca della semplificazione, della velocità, ma anche della superficialità, sarebbe utile a tutti riscoprire non solo i valori antichi, le sofferenze sociali, lo struggente destino dei nostri avi che, come nella scena finale del film, sono costretti a raccogliere le proprie povere cose e cercare altrove il proprio futuro (come non pensare alla tragedia della migrazione nel mondo di oggi?).

Riscoprire quell’Italia, quella Treviglio, quella Bassa bergamasca più semplice e più umile nella quale Olmi trovò l’atmosfera, il contesto e tanti personaggi della vita comune, restituendoci ancor oggi una capacità di guardare al passato con rispetto.

Per tali ragioni ringrazio Amanzio Possenti, direttore del Popolo Cattolico per aver aperto il suo giornale con la richiesta che Treviglio faccia qualcosa per questo importante anniversario.

Accanto alle doverose celebrazioni per fare meglio occorre creare un filo della memoria tra generazioni. Per questo lancio l'idea che il Comune di Treviglio insieme con le scuole cittadine ogni anno, al termine della terza media, proponga ai ragazzi la visione de “l’Albero degli Zoccoli”. Mi sembra un bel saluto che la scuola può fare ai suoi studenti: ricordare le nostre radici, la cultura dalla quale proveniamo, la nostra storia consegnando loro la voglia di riscattare le ingiustizie che, a mio parere, è il messaggio più profondo di questo grandissimo film.

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